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Avete tra i 25 e i 35 anni, siete laureato, dottorato, e grazie agli ottimi risultati avete trascorso tre anni nel bel laboratorio di una prestigiosa università straniera. Ma preferite tornare in Italia, per un amore rimasto un po' in sospeso o perché dove siete piove troppo o il clima politico del paese vi deprime. Quindi fate il concorso per entrare in un'università o in un centro di ricerca statale in Italia. Lo vincete. Giustamente, vi sembra, negli ultimi tempi il vostro lavoro non era da buttar via, tant'è che nel bel laboratorio vi terrebbero volentieri altri tre anni, anche cinque, con un gruppo di ricerca indipendente.
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il campus dell'università Duke, Boulder, Colorado |
Invece tornate. Cercate casa a Milano, mettiamo, e se siete fidanzati lui o lei cerca un lavoro - precario per adesso, ma qualcosa poi salterà fuori - nella stessa città. Fate conoscenza con i colleghi, magari cominciate con loro qualche esperimento, prendete le misure per il divano-letto e segnate quello che vi serve sul catalogo Ikea. Terminate le vacanza in famiglia, a Salerno, mettiamo. E a ottobre, invece della convocazione a Milano che aspettate, arriva una circolare ministeriale, con ritardo perché l'hanno mandata a Boulder (Colorado), Heidelberg o Zurigo o altrove dove vi avrebbero tenuto volentieri. "Spiacente", dice la circolare, "abbiamo finito i soldi, per l'assunzione e lo stipendio se ne riparla l'anno prossimo." Ormai sono qui, pensate, con qualche prestito di amici e parenti tiro avanti questi pochi mesi. Comunque mi prendono prima o poi: non è che il posto lo sopprimono, professori o direttori sono andati in pensione, gli altri sono stati promossi (tra questi 1700 professori associati nella vostra stessa situazione umiliante, ma almeno con lo stipendio di ricercatore). Comunque gli studenti hanno bisogno di capire cosa si fa in un laboratorio, e tutti i media con sorprendente unanimità bi-partisan ripetono ogni dì che senza ricerca l'azienda Italia chiude. Tiro la cinghia, il mio compagno o la mia compagna anche, qualcosa di buono su una rivista importante riuscirò a pubblicare - i legami con Boulder, Heidelberg o Zurigo li ho ancora - non perderò del tutto il mio tempo.
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Il Politecnico di Zurigo |
Sarà dura - lo sapete perché i compagni di corso rimasti in Italia vi hanno raccontato la propria esperienza - restare da "frequentante", cioè da volontario - gratis - in laboratorio, derisi dai baroni che non capiscono tanta dedizione, dal ministero che vi considera attardati nell'Ottocento, illusi dal mito dello scienziato al servizio dell'umanità. Magari passando 60-70 ore alla settimana in laboratorio perché con le cellule in coltura o i laser che fanno le bizze o i dati del satellite che arrivano di colpo e bisogna analizzare subito, non ci sono orari. Senza addormentarsi davanti al computer di casa mentre cercate di racimolare il prezzo della poltroncina Ikea con l'editing di una dispensa o una partecipazione marginale al progetto di un altro gruppo. Dopo, sarà dura anche per rimborsare i debiti, perché lo stipendio quando arriverà insieme all'assunzione farà ridere quelli rimasti a Boulder, Heildelberg o Zurigo.
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Busta paga di ricercatore, dettaglio (ingrandisci l'immagine) |
Arriva l'estate e una nuova circolare. La copia esatta di quella precedente, tant'è che guardate la data credendo che sia un doppione. No, è di quest'anno. E adesso?
Non ho inventato niente. La lettera è arrivata nell'ottobre 2003 a novecento ricercatori e nel giugno 2004 di nuovo a duecento di loro e ad altri 700, bloccati questa volta sine die insieme a tutti i vincitori dei concorsi del 2004. C'è chi, forse trovando il tempo per seguire l'attualità politica, ha avuto dei sospetti e fatto girare il proprio curriculum vitae. Adesso è a Boulder, Heidelberg, Zurigo, o Amsterdam o Grenoble. A fine mese prenderà il doppio dello stipendio che avrebbe preso qui. Altri sono capitati per caso in un'università con un'amministrazione dal volto umano che ha trovato il modo di remunerarli. Alcuni pianificano la fuga per l'anno accademico 2005/2006, per quello che inizia è troppo tardi. Tutti mantengono i contatti con il coordinamento nazionale.
Servono aiuti umanitari, buoni pasti, adozioni a distanza, e quello che vi verrà in mente per evitare la fame a settecento persone educate e disinteressate o non avrebbero scelto una carriera nella ricerca. E serve la chiusura immediata delle facoltà scientifiche. Sono immorali: ingannano gli studenti con promesse di un lavoro bello e utile, ma inesistente a meno di essere l'erede di una fortuna o un emigrante. Sono autolesioniste: contribuiscono ad affossare l'azienda Italia perché ne sprecano le risorse per addestrare personale che poi manda a lavorare per la concorrenza.
Con quanto risparmiato, si potranno mandarne tutti i dipendenti in pensione anticipata. O riciclarle in istituti tecnici per l'industria alberghiera, la quale non mancherà di installarsi in Italia nella scia delle multinazionali che acquisteranno il patrimonio culturale cartolarizzato per trasformare gli Uffizi in Lorenzolandia e le terme di Caracalla in centro fitness. L'economia italiana cerca veline, animatori, autisti, guide, camerieri e cameriere, donne delle pulizie, uomini di fatica. Non sa che farsene di geologi, fisici o biologi. A proposito di biologi, immoralità e autolesionismo, un'ultima notizia e chiudo il bollettino ogni giorno più deprimente della ricerca italiana. Nata nel 1997, la Biosearch Italia di Gerenzano era citata come un successo, una start-up modello (per esempio qui). Gerenzano è in provincia di Varese. Finanziata dallo stato e da privati, aveva brevettato molecole per farmaci contro le infezioni che in breve tempo sono passate dal laboratorio agli esperimenti clinici sui pazienti. Ma per mettere in commercio un farmaco ci vuole un investimento notevole, dai 500 agli 800 milioni di dollari. Il rischio è grosso, ma se funziona lo sono anche i profitti. In Italia non se lo prende né lo stato né il privato, quindi l'anno scorso la Biosearch si è alleata con la Versicor di Freemont. Freemont è in California La quale pur avendo aggiunto solo 62 milioni di dollari ai 100 milioni e più della Biosearch quest'anno ne ha preso il 90% dei posti di management (il patto di fusione prevedeva il 50%, glissons). I risultati della nuova "impresa transatlantica" ora chiamata Vicuron, li potete leggere nel rapporto del 5 agosto agli azionisti. Spiega come mai il management americano ha deciso il 23 agosto di licenziare il 40% dei ricercatori italiani. Non sono degli incapaci: hanno scoperto il 70% delle nuove molecole sulle quali la Vicuron punta da qui al 2010. Ma perché questa perde soldi: contrariamente alle aspettative sue e dei suoi azionisti, un farmaco sviluppato negli Stati Uniti non è stato ancora autorizzato dalla Food and Drug Administration.
Con me e con gli altri contribuenti, avete versato circa 35 milioni di euro alla Biosearch, in sovvenzioni per via delle sue collaborazioni con parecchie università qui e in Europa, e in prestiti agevolati perché potesse ottenere i brevetti di cui la Vicuron vanta ora l'importanza per procurarsi nuovi capitali. Come me e gli altri contribuenti trovate giusto, presumo, che le vostre tasse finiscano in aiuti umanitari. Ma in aiuti a un'azienda della California dove le tasse sono poche, i sussidi all'innovazione molti, in uno Stato che se fosse una nazione sarebbe la quinta più ricca del mondo? |