Storia sociale della figura femminile nel XX secolo.
Collana
XX secolo
“
Le donne entrano in scena” dalle suffragette alle femministe
titolo
originale: Les Combats des femmes
di
Annie Goldmann
casa
editrice: 1996 Giunti Gruppo Editoriale, Firenze CASTERMAN
Fotografie:
archivio Iconografico Giunti
Dapprima
per l’impulso della rivoluzione industriale, poi per l’accelerazione
provocata dalle guerre mondiali, il lavoro delle donne si è imposto come un
fenomeno irreversibile e una condizione fondamentale della loro emancipazione.
È
nel XIX secolo, con l’industrializzazione dell’Europa e dell’America del
Nord, che esse entrano in massa nel mercato del lavoro. È per prima
l’industria tessile inglese a richiedere un massiccio impiego di manodopera
femminile.
Con
l’industrializzazione, il lavoro artigianale scompare o si meccanizza; la
concentrazione dell’offerta di lavoro nelle città dove si sviluppano gli
stabilimenti industriali provoca un eccezionale esodo rurale, trasformando i
quartieri operai in tuguri insalubri.
Vittime
dello sfruttamento, sottomesse agli arbitri padronali e alle incertezze della
congiuntura, le lavoratrici, ancora disorganizzate, vivono nell’angoscia del
domani, guadagnando a malapena quanto basta per sopravvivere.
Oltre
al lavoro in fabbrica devono darsi da fare anche nel lavoro domestico e devono
badare ai figli.
In
fabbrica gli orari sono disumani- da dieci a dodici ore al giorno, anche per i
bambini a partire da nove anni in certe manifatture tessili. Gli incendi sono
all’ordine del giorno.
L’umidità
provoca ritardi nello sviluppo, soprattutto la tubercolosi e l’invecchiamento
precoce fanno strage dì giovani nel primo terzo della loro vita. Gli aborti
sono numerosi, i parti difficili, perché le donne in gravidanza lavorano fino
al momento del parto.
Sia
per i proprietari delle fabbriche che per quelli delle botteghe artigiane la
manodopera femminile comporta notevoli vantaggi: è meno costosa che quella
maschile ed è anche più vulnerabile e docile.
È
nella seconda metà del XIX secolo che la rivoluzione industriale ha fatto
uscire le donne dai loro poveri locali domestici per gettarle a migliaia sul
mercato del lavoro.
Il
movimento operaio e la questione operaia.
Nell’ultimo
decennio del secolo scorso, il lavoro delle donne è ormai un fenomeno di tale
ampiezza da costituire una questione d’attualità in tutti i Paesi
industrializzati- la Germania, l’Inghilterra, la Francia, gli stati uniti, i
paesi scandinavi- e, in modo particolare all’interno del movimento operaio.
Le
donne operaie cominciano a prendere parte anche a movimenti di rivendicazione.
Fra
il 1916 e il 1917 le operaie francesi addette alla produzione bellica
interrompono la fabbricazione di munizioni per ottenere salari decenti, la
soppressione delle multe e il miglioramento delle condizioni di lavoro.
Occuparsi
del lavoro femminile diventa una necessità per il movimento operaio che a quel
tempo comincia a organizzarsi.
Così,
il congresso socialdemocratico tedesco, riunitosi a Gotha nel 1896 su proposta
di Clara Zetkin adotta una risoluzione che accoglie le seguenti rivendicazioni:
Istituzione di ispettrici del lavoro
Diritto di essere elettrici ed eleggibili nei collegi dei
probiviri
Parità di salario a parità di lavoro
Uguaglianza di diritti con gli uomini
In materia di diritto di riunione e di associazione
Pari opportunità professionali per i due sessi
Uguali diritti civili
Il
quarto congresso della confédération
generale du Travail,
tenutosi nel 1908, si schiera contro il lavoro femminile, considerato un
elemento che “svaluta il lavoro maschile e favorisce la disoccupazione”.
Dopo
una serie di scontri, alla fine del primo decennio del XX secolo, il diritto
delle donne al lavoro sembra ormai essere considerato come acquisito.
Stati
Uniti: la Women’s Trade Union League (wtul) nasce nel 1911, con l’intento di
difendere i diritti delle donne e raccoglie socialiste, anarchiche e molte donne
emigrate da poco, nubili, che si sono formate politicamente in Europa.
In
linea generale, i sindacati sono, ostili al femminismo, considerato un movimento
borghese che rompe la solidarietà fra i lavoratori dei due sessi, per
sostituirla con una solidarietà illusoria fondata sull’appartenenza allo
stesso sesso.
Fra
le due guerre: la crescita del terziario
La
prima guerra mondiale è stata un potente acceleratore dell’ingresso delle
donne nel mondo del lavoro. Le donne sostituiscono per quattro anni gli uomini
partiti per il fronte, in tutte le professioni, comprese quelle più faticose.
In quest’epoca si produce un allargamento non solo dei campi di attività
aperti alle donne, ma anche del settore sociale interessato, in quanto stavolta
vengono coinvolte anche le donne sposate dei ceti medi.
L’Italia
è rimasta a lungo un paese rurale, in cui predominavano il lavoro agricolo e il
lavoro a domicilio.
Tuttavia,
alla fine del secolo, si è sviluppata una tradizione di lotta, con scioperi e
manifestazioni anche violente fra le operaie del settore tessile e del tabacco,
per ottenere salari migliori.
A
Milano, Anna Maria Mozzoni fonda la lega promotrice degli interessi femminili,
per combattere le discriminazioni salariali.
Durante
la guerra le donne entrano in gran numero nelle professioni maschili,
essenzialmente nel terziario.
Ma
l’accesso alle professioni liberali, tradizionalmente maschili, sarà molto più
lento, a causa dell’ostilità delle istituzioni.
Dal
1876 le università sono state aperte alle donne, ma le prime studentesse che le
frequentano sono spesso di origine straniera o ebrea, come Anna Kuliscioff o le
due figlie di Baunin.
Sono
soprattutto le Scuole normali per maestre a costituire la base per la promozione
delle ragazze della piccola borghesia. L’insegnamento secondario resta invece
inaccessibile fino al 1920, anno in cui le donne vengono ammesse ai concorsi per
gli incarichi di professore nei licei.
La
grande novità è lo sviluppo del settore terziario e la sua femminilizzazione.
Grazie
alla macchina da scrivere ci sono molte cariche adatte alle donne come ad
esempio impiegate d’ufficio.
Fra
le due guerre, il rafforzamento del movimento femminista e l’esperienza
compiuta dalle donne nel campo della produzione economica nel 1914/1918
intensificano le lotte per i diritti e la difesa delle lavoratrici.
La
crisi del 1929 getterà sul lastrico migliaia di operaie e di impiegate e non
bisogna dimenticare negli Stati Uniti le lavoratrici agricole cacciate dalle
loro terre a causa della concentrazione della produzione nelle mani delle grande
compagnie.
Eletto
alla presidenza degli Usa nel 1932 Franklin D.Roosvelt lancia il programma noto
col nome di New Deal per far fronte alla crisi e aiutare i disoccupati. Sua
moglie Eleanor Roosvelt, convinta femminista, approfitta della sua posizione per
contribuire al miglioramento della condizione delle donne.
In
seguito alla crisi, aumentano le pressioni per rivendicare le donne nelle
proprie case e liberare così posti di lavoro per gli uomini.
L’idea
secondo al quale la disoccupazione diminuirebbe se le donne non lavorassero
riemergerà regolarmente durante il XX secolo, in ogni periodo di recessione
economica.
Unione
sovietica il miraggio dell’uguaglianza
Per
gli ideologi marxisti della rivoluzione del 1917 la questione femminile faceva
parte integrante della questione più generale della liberazione sociale di
tutti i lavoratori.
Nel
1917 la situazione del paese era drammatica e la partecipazione delle donne era
una necessità sia politica che economica. Una volta proclamata l’uguaglianza
fra i sessi, non si poneva la questione di escludere le donne dai lavori più
pesanti.
Viene
incoraggiata la formazione professionale di operaie specializzate. Il cinema e
la letteratura agiografi di questo periodo fanno a gara nel mostrare
l’entusiasmo di queste donne, felici di mettersi al servizio della patria,
mentre i loro salari sono inferiori di un terzo a quelli degli uomini.
Il
boom del secondo dopoguerra
La
seconda guerra mondiale crea nuovi impieghi, e l’assenza degli uomini
conferisce alle donne un ruolo fondamentale nel mercato del lavoro.
Negli
Stati Uniti, l’esercito crea reparti speciali femminili nei diversi corpi di
terra, di mare e di aria, ma al termine del conflitto si moltiplicano i
tentativi per costringere le donne ad abbandonare il lavoro e far sì che esse
restituissero il posto agli uomini tornati dal fronte.
Le
donne delle classi popolari continuano a lavorare, quelle appartenenti alle
classi medie, mantenute dal marito, si sentono colpevoli se lasciano le mura
domestiche e i figli per la carriera.
Nel
1963 il presidente Kennedy crea una missione di studio sulla condizione della
donna, presieduta da Eleanor Roosvelt, Esther Peterson e da rappresentanti dei
diversi Stati dell’Unione per raccogliere prove sulla discriminazione di cui
sono vittima le donne sul lavoro.
Anche
in Gran Bretagna l’Equal Pay Act, varato nel 1970 vieta la discriminazione
salariale fra uomini e donne e viene
rafforzato nel 1974 da una serie di leggi in particolare sul congedo di maternità.
In
Italia, è il “miracolo” economico degli anni sessanta a favorire un
massiccio ingresso delle donne nel mondo del lavoro e il loro esodo dalle
campagne verso le città.
Aumentano
le donne che compiono gli studi universitari e quelle che fanno carriera a tutti
i liberali nel settore terziario.
Nel
sud del paese la tradizione della disoccupazione continuano a ostacolare
l’emancipazione femminile, nelle regioni industrializzate, invece
l’evoluzione avviene rapidamente.
In
Francia se dal 1962 la qualificazione degli operai ha fatto progressi, quella
delle operaie è rimasta ferma, ed esse continuano ad essere confinate in lavori
ripetitivi e parcellizzate.
Sono
ancora rare le ragazze che frequentano gli studi tecnici.
A
partire dal 1979 l'avanzata delle donne nei diversi settori professionali è
decisamente netta.
Molto
spesso, le donne occupano impieghi rifiutati dagli uomini poiché mal retribuiti
e con scarse possibilità di carriera è il caso dell’insegnamento, una
professione a forte componente femminile, il cui prestigio è notevolmente
diminuito.
Gli
anni 80 registrano anche un forte afflusso di donne nel mondo degli affari e
delle professioni liberali.
Un
nuovo modello la “superwoman” che rifiuta il matrimonio e i figli per
consacrarsi alla carriera, lavora sodo, battendosi per scalare la gerarchia
della responsabilità e si indurisce nell’implacabile battaglia della
competizione professionale.
Le
donne sovietiche, elemento trainante della produzione nazionale negli anni
Trenta, hanno raggiunto un notevole livello di istruzione.
Le
crisi degli anni Novanta
La
recessione economica che colpisce tutti i Paesi industrializzati alla fine del
XX secolo sta toccando ancora una volta più donne degli uomini.
All’interno
della comunità Europea il tasso medio di disoccupazione femminile è del 12%
quello maschile e del 9%.
Nostalgia
di un ritorno al modello dell’angelo del focolare.
La
rapida evoluzione delle tecniche diminuisce la qualificazione delle donne che
rimangono per qualche anno ai margini del mondo professionale.
Persiste
un senso di colpa associato all’impossibilità delle donne di poter seguire in
ogni momento la crescita dei figli, tanto più che le strutture sociali (asili
nido, scuole materne ecc) sono ovunque insufficienti e le rette di iscrizione
costringono le donne a spendervi gran parte del loro stipendi.
Un
altro ostacolo è la concezione della divisione dei ruoli all’interno della
famiglia. Per molto tempo si è ritenuto che solo la donna dovesse assumersi la
responsabilità dei compiti domestici e dell’educazione dei figli, mentre il
compito del marito era quello di lavorare e di portare a casa i soldi.
Negli
anni settanta le donne lavoratrici hanno cominciato a mettere in discussione
questa division3 dei compito.
Il
timore di una “devirilizzazione” dell’uomo dedito alle faccende domestiche
è sempre vivo, soprattutto nei paesi latini.
Un
tentativo di bilancio
Il
secolo che si sta concludendo ha visto entrare le donne nel mondo del lavoro e
ciò per ragioni economiche ma anche psicologiche. Uno dei fenomeni più
significativi della storia del lavoro femminile nel XX secolo è la comparsa sul
mercato del lavoro di donne sposate appartenenti alle classi medie.
Donne
nubili negli impieghi di maestra, segretari, funzionaria o venditrice, le donne
sposate restano in disparte fino a quando la guerra spinge per forza di cose, a
entrare nella vita professionale.
L’aspra
lotta che le sindacaliste hanno dovuto sostenere per far riconoscere la
specificità del lavoro femminile in una cultura operaia che non concepiva
differenze fra lavoratori e lavoratrici.
La
parità del salario a parità di lavoro non è mai stata realizzata, se non nel
settore pubblico. Sebbene la maggior parte dei paesi abbiano sottoscritto la
dichiarazione dell’ONU del 1967 secondo la quale “ogni discriminazione
sessuale a spese delle donne è incompatibile con la dignità umana”
Donne
e politica
L’uguaglianza
politica venne conquistata a conclusione dell’eroica battaglia per il diritto
di voto. Ancora oggi tuttavia le donne sono sottorappresentate e la carriera
politica rimane per loro un percorso irto di ostacoli.
Nel
corso della rivoluzione del 1789, le cosiddette “tricoteuses” assistono
quotidianamente alle sedute dell’assemblea, intervenendo attivamente nei
dibattiti: sono loro che andranno a cercare il re a Versailles per condurlo a
Parino il 10 aprile 1792 mettendo così fine alla monarchia.
Durante
la rivoluzione del 1848 il movimento femminista si risveglia, dando vita a vari
giornali esempio: “La voce delle donne” diretto da Jeanne Derouin.
Esse
diventano oggetto di ironia da parte di scrittori come Flaubert, che le mette
alla berlina con cattiveria nel romanzo “l’educazione sentimentale”.
La
Comune di Parigi del 1871, che vede una spettacolare partecipazione delle donne:
esse attivano asili, mense organizzazioni di solidarietà, e inoltre partecipano
alle lotte, finendo vittime della terribile repressione dell’esercito di
Varsailles.
Nel
XX secolo, le donne hanno continuato a impegnarsi in movimenti politici che si
battevano per un radicale cambiamento della società: Clara Zetkin e Rosa
Luxemburg in Germania, Aleksandra Kollontaj nella rivoluzione russa del 1917.
Esse
lottano contro i dittatori e le tirannie.
La
lotta più lunga e più spettacolare tra quelle ingaggiate dalle donne è stata
quella per ottenere il diritto di voto.
La
battaglia per il diritto di voto
Dopo
la prima guerra mondiale la Germania e gli Stati Uniti hanno accordato il
diritto di voto alle donne. Queste ultime, infatti, dopo essere entrate nel
mercato del lavoro durante la guerra, non intendono più essere tenute ai
margini delle decisioni politiche.
Nel
11 agosto 1919 le tedesche votano per la prima volta.
Negli
Stati Uniti le donne hanno una lunga esperienza d’intervento nella vita
pubblica, iniziata con la loro partecipazione attiva alle associazioni di lotta
contro la schiavitù e per l’emancipazione dei neri.
Le
donne sono sostenute dai club femminili. Nel 1890 creano la National American
Woman Suffrage Association, partendo dal principio secondo cui le donne hanno le
capacità necessarie per gestire i problemi sociali di cui lo stato si sta
occupando sempre più.
Le
femministe, classe media, istruite e benestanti mentre le donne nere non si
riconoscono in questo movimento e creano proprie organizzazioni.
Vengono
organizzate manifestazioni, talvolta anche violente. Si può comunque citare il
caso di Wyoming, che nel 1869 primo al mondo, aveva accordato il diritto di voto
alle donne. Durante la prima guerra mondiale, la questione del diritto di voto
fa parte integrante del dibattito politico negli Stati Uniti. Le femministe
assalgono i partiti repubblicano e democratico, manifestando in silenzio per sei
mesi intorno la Casa Bianca, organizzano conferenze e riunioni, inondano i
giornali con articoli, sensibilizzano l’opinione pubblica sulla questione.
Il
diritto di voto venne accordato in alcuni stati dell’Ovest, mentre venne
negato al Sud e negli stati della costa.
È
soprattutto l’apporto delle donne alla produzione bellica che fa prendere il
corso delle cose a loro favore: sostituendosi agli uomini impegnati nella
guerra, le donne svolgono funzioni decisionali e di responsabilità in tutti i
settori. Diventa così difficile negare a loro la capacità di avere voce in
capitolo negli affari pubblici.
Nel
1918 la camera dei rappresentanti vota l’emendamento costituzionale con cui si
concede alle donne il diritto di voto, che viene però bocciato dal senato.
Finalmente il 26 agosto 1920, il XIX emendamento viene rettificato da trentasei
Stati e diventa parte integrante della costituzione.
In
Gran Bretagna
Le
suffragette hanno a loro volta condotto una
lotta molto dura.
Episodio:
il 14 giugno 1913 durante il Derby di Epson, Miss Davidson si getta davanti al
cavallo che porta i colori reali: morirà in seguito alle ferite riportate. Il
suo gesto destò una profonda impressione fra i contemporanei. Un gruppo di
donne si incatena alle inferiate di Westminister, altre fanno scioperi della
fame, infrangono vetrine, incendiano chiese.
Le
suffragette diventano vittime predilette dei caricaturisti.
Emmeline
Pahkhurst da vita a efficaci organizzazioni come la National Union o la Woman’s
Social and Political Union che non danno tregua agli uomini politici e
promuovono numerose riunioni pubbliche con lo slogan “fatti, non parole”. Il
diritto di voto alle donne con più di trenta anni è concesso il 6 febbraio
1918 poco prima che la guerra finisca.
In
Francia
Nel
1906 si scatena una vera e propria mobilitazione in favore del suffragio
femminile.
Madeleine
Pelletier invade con altre femministe la camera dei deputati.
Con
la guerra la questione passa in second’ordine. Nel 1916 Maurice Barrès
propone il “suffragio dei morti”, cioè il diritto delle vedove di votare in
luogo del marito morto in guerra. Nel 1919 la camera approva il diritto delle
donne a votare ma il senato blocca la proposta.
Da
quel momento il movimento subisce una battuta di arresto.
Solo
dopo la guerra il 21 aprile 1944 il generale De Grulle firmerà ad Algeri il
provvedimento che accorda il diritto di voto delle donne francesi.
Nel
1936 la vittoria del Fronte popolare consente per la prima volta l’ingresso
delle donne nel governo, anche se non con incarichi
ministeriali.
Una
minoranza di elette
La
battaglia per il diritto di voto fu la condizione necessaria per l’ingresso
delle donne nell’area politica, ma ben presto ci si rese conto che questo non
bastava.
Il
fatto che le donne potessero votare non significava infatti che esse potessero
partecipare attivamente alla vita politica del paese. Le donne sono
sottorappresentate.
In
Gran Bretagna, nel partito conservatore la prima donna ad essere eletta è Lady
Astor nelle elezioni del 1919. Tuttavia fin dal 1928 possono votare le donne con
più di vent’un anni e nel 1929 Margaret Bondfield viene nominata ministro del
lavoro, dopo di lei altre donne diventano ministro: Ellen Wilkinson, ministro
dell’istruzione nel 1945, Barbara Castle, ministro dello sviluppo e dei
Trasporti e del lavoro, infine il 5 maggio 1979 è Margaret Thatcher ad assumere
per la prima volta le funzioni di primo ministro.
Le
inglesi sono sempre state presenti nella battaglia politica: si sono impegnate
per la pace, contro il fascismo, in aiuto della Spagna in guerra e del Terzo
mondo dopo la colonizzazione, si sono schierate a favore o contro l’adesione
all’Europa.
Ufficialmente
le femministe non sono legate a uno specifico partito politico, ma mostrano
alcune affinità con il Partito laburista, che ha fatto adottare leggi in favore
della pianificazione familiare e
dell’aborto.
Margaret
Thatcher, per esempio, si è opposta nettamente alle femministe e si è sempre
rifiutata di prendere in considerazione i problemi da esse sollevati.
Nella
Germania Ovest il movimento femminista è molto attivo.
In
Italia Tina Anselmi è stata la prima donna ad essere ministro (del lavoro).
Le
donne ministre
Nessuna
donna non ha mai occupato ministeri importanti, come la giustizia gli affari
esteri, l’interno, la cultura.
Tenute
a lungo confinate in incarichi a carattere sociale, alcune hanno tuttavia avuto
accesso a ministeri tradizionalmente riservati agli uomini, come lo sport o
l’agricoltura.
Nel
1974, per la prima volta, in Francia è stato creato un apposito dicastero della
Condizione femminile, che è stata assegnata a Francoise Giroud, la quale ha
proposto diverse misure in favore delle donne; il ministero è rimasto in vita
sotto il giuda di Yvette Roudy, nel 1981 all’interno del governo socialista,
ma con il passare degli anni si è progressivamente ridotto ad un
sottosegretario, poi ad una delegazione, per essere infine assorbito da un altro
ministero del 1995.
La
questione della parità
In
alcuni Paesi, come gli Stati Uniti e il Canada, le donne hanno conquistato
un’eccezionale capacità di essere rappresentate facendo valere la clausola
delle quote, vale a dire sostenendo il diritto delle minoranze ad essere
presenti in tutte le istituzioni. Questo ha consentito un’importante
evoluzione nei rapporti di forza esistenti fra l’elemento maschile e quello
femminile.
Disporre
della propria vita: questa è stata la posta in gioco delle lotte condotte,
dagli anni sessanta, per l’uguaglianza civile, la libertà di abortire, la
contracezione e il riconoscimento delle violenze subite dalle donne.
I
cambiamenti più spettacolari nella condizione femminile sono avvenuti nel campo
della vita privata e del costume. Sotto la spinta dei movimenti di contestazione
degli anni settanta, della riflessione delle femministe americane, e dei nuovi
mezzi di contraccezione le donne si avviano a mettere in discussione le
tradizionali relazioni fra i sessi, i modelli inculcati dall’educazione, e
rivendicando il diritto di disporre liberamente del proprio corpo e di scoprire
nuovi modelli di vita, costretti a promulgare leggi che cambieranno regole che
sembravano immutabili da secoli.
L’uomo
veniva punito d’adulterio solo quando lo commetteva nel proprio domicilio
questa legge sopravvisse fino al 1965.
In
Gran Bretagna già dal 1870 e dal 1882, la donna gode della piena capacità
giuridica in materia di contratti e di beni, grazie al Married Woman’s
Property act.
In
Francia bisognerà attendere il 1938 e poi il 1942 perché alle donne sposate
sia concessa la piena capacità civile.
Dal
matrimonio alla libera unione
Dopo
la seconda guerra mondiale, il matrimonio ha subito profonde modificazioni sotto
la spinta dell’evoluzione dei costumi, dei bisogni femminili e per l’impatto
del lavoro delle donne sull’universo familiare.
Oggi
è impossibile non tener conto dell’evoluzione psicologica delle coppie nelle
quali la donna non è più soggetta ad una dipendenza economica totale rispetto
al marito, perché concorre al sostentamento della famiglia riveste un ruolo di
responsabilità nel campo professionale, organizza la vita del nucleo
famigliare.
L’antici
primato del marito nella conduzione degli affari della famiglia è scomparso o
sta per essere annullato nella maggior parte dei paesi europei.
Il
concetto di capofamiglia non esiste più.
Ciò
che ha maggiormente trasformato l’immagine della società moderna è stato il
riconoscimento della libera unione.
È
accettata socialmente e giuridicamente e i figli naturali si vedono riconosciuti
gli stessi diritti dei figli nati all’interno del matrimonio.
In
Francia il divorzio fu introdotto dalla rivoluzione con la legge del 20
settembre 1972 che così recitava” la facoltà di divorziare scaturisce dalla
libertà individuale, della quale un legame indissolubile causerebbe la
perdita..”
Il
divorzio venne soppresso dal governo della Restaurazione e infine reintrodotto
nel corso della terza Repubblica che tuttavia non ammise il divorzio
consensuale, istituito solo nel 1975.
Il
divorzio venne poi introdotto dalla legge anche in Italia.
Italia:
il referendum sul divorzio.
Il
divorzio è stato a lungo proibito.
La
dissoluzione del vincolo matrimoniale poteva essere decretato solo dal tribunale
eclesiastico della Sacre Rota in base a condizioni assai precise e limitate
(matrimonio non consumato, ecc)
In
un paese che ha conosciuto un intenso fenomeno d’emigrazione, le donne si
ritrovano, soprattutto nelle regioni più povere, con un marito che lavorava
lontano e ritornava in patria una volta l’anno.
La
questione del divorzio è stata pota all’inizio degli anni settanta dai primi
gruppi femministi, con tanta più forza in quanto nei Pesi vicini e in quelli
scandinavi esso era stato introdotto da quasi un secolo. Le parlamentari si
mobilitano per iscrivere la questione all’ordine del giorno della Camera dei
deputati, e i partiti politici della sinistra, intuendo l’evoluzione delle
elettrici, ne appoggiano la rivendicazione.
La
chiesa agita la minaccia della dissoluzione della famiglia e della distruzione
della società. Sulla scia di questo dibattito fanno la prima comparsa gli
slogan in favore dell’aborto. La legge che istituisce il divorzio viene infine
approvata in dicembre, e subito dopo contestata dai suoi detrattori, che
riescono a far indire un referendum per abrogarla.
Nel
frattempo le prime domande di divorzio spaventano l’elettorato tradizionale,
influenzato dalla chiesa.
Organizzazioni
femministe, associazioni o gruppi informali, conducono una campagna tra le
donne, soprattutto nei confronti di quelle meno informate, che temono la
scomunica o l’abbandono puro e semplice da parte del proprio coniuge, questi
sforzi ottengono i loro frutti: il 12 maggio 1974 il popolo italiano, con il
56.26% dei voti, si pronuncia contro l’abrogazione della legge istituita del
divorzio, ponendo così il Paese sullo stesso piano delle altre nazioni
occidentali.
Le
donne scelgono il libero arbitrio, in luogo di quella falsa sicurezza che troppo
spesso ha significato un’intera vita di sacrifici e di frustrazioni.
Figli
quando voglio, se lo voglio
La
vera rivoluzione di questo fine secolo è stata la conquista del diritto delle
donne di disporre liberamente del proprio corpo, decidendo volontariamente se
procreare o no, e in quale momento.
In
questo senso, la grande battaglia per la contraccezione e l’aborto resta un
punto di svolta fondamentale nella società occidentale.
Sia
la religione cristiana che i pubblici poteri laici hanno per lungo tempo
rifiutati di prendere in considerazione la sofferenza di queste donne. Al
contrario, l’immagine della donna madre, eredita da religioni e tradizioni,
gettava una luce sinistra su ogni donna che ostentava il proprio rifiuto di
procreare, in quanto essa trasgrediva la legge naturale della continuazione
della specie.
Nel
1920 viene votata in Francia una legge che proibisce ogni tipo di propaganda in
favore della contraccezione e rende l’aborto un reato. Nel 1921 viene invece
aperto a Londra il primo centro britannico per il controllo delle nascite.
Si
dovranno attendere altri vent’anni prima della scoperta che rivoluzionerà la
vita delle donne: la pillola anticoncezionale.
Nel
1967 l’aborto viene legalizzato in California, seguita nel 1970 dalla stato di
New York.
Nel
1992 la Corte suprema afferma nuovamente il diritto all’aborto, riconoscendo
tuttavia ai singoli stati facoltà di limitarlo.
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