Omaggio a tutte le donne - Parte 1
Data: Mercoledì, 08 marzo @ 12:50:49 CET
Argomento: Storia


Storia sociale della figura femminile nel XX secolo.

Collana XX secolo

“ Le donne entrano in scena” dalle suffragette alle femministe  

titolo originale: Les Combats des femmes

di Annie Goldmann

casa editrice: 1996 Giunti Gruppo Editoriale, Firenze CASTERMAN

Fotografie: archivio Iconografico Giunti

 

 

 

 

 

 

 

Dapprima per l’impulso della rivoluzione industriale, poi per l’accelerazione provocata dalle guerre mondiali, il lavoro delle donne si è imposto come un fenomeno irreversibile e una condizione fondamentale della loro emancipazione.

È nel XIX secolo, con l’industrializzazione dell’Europa e dell’America del Nord, che esse entrano in massa nel mercato del lavoro. È per prima l’industria tessile inglese a richiedere un massiccio impiego di manodopera femminile.

Con l’industrializzazione, il lavoro artigianale scompare o si meccanizza; la concentrazione dell’offerta di lavoro nelle città dove si sviluppano gli stabilimenti industriali provoca un eccezionale esodo rurale, trasformando i quartieri operai in tuguri insalubri.

Vittime dello sfruttamento, sottomesse agli arbitri padronali e alle incertezze della congiuntura, le lavoratrici, ancora disorganizzate, vivono nell’angoscia del domani, guadagnando a malapena quanto basta per sopravvivere.

Oltre al lavoro in fabbrica devono darsi da fare anche nel lavoro domestico e devono badare ai figli.

In fabbrica gli orari sono disumani- da dieci a dodici ore al giorno, anche per i bambini a partire da nove anni in certe manifatture tessili. Gli incendi sono all’ordine del giorno.

L’umidità provoca ritardi nello sviluppo, soprattutto la tubercolosi e l’invecchiamento precoce fanno strage dì giovani nel primo terzo della loro vita. Gli aborti sono numerosi, i parti difficili, perché le donne in gravidanza lavorano fino al momento del parto.

Sia per i proprietari delle fabbriche che per quelli delle botteghe artigiane la manodopera femminile comporta notevoli vantaggi: è meno costosa che quella maschile ed è anche più vulnerabile e docile.

È nella seconda metà del XIX secolo che la rivoluzione industriale ha fatto uscire le donne dai loro poveri locali domestici per gettarle a migliaia sul mercato del lavoro.

Il movimento operaio e la questione operaia.  

 

Nell’ultimo decennio del secolo scorso, il lavoro delle donne è ormai un fenomeno di tale ampiezza da costituire una questione d’attualità in tutti i Paesi industrializzati- la Germania, l’Inghilterra, la Francia, gli stati uniti, i paesi scandinavi- e, in modo particolare all’interno del movimento operaio.

Le donne operaie cominciano a prendere parte anche a movimenti di rivendicazione.

Fra il 1916 e il 1917 le operaie francesi addette alla produzione bellica interrompono la fabbricazione di munizioni per ottenere salari decenti, la soppressione delle multe e il miglioramento delle condizioni di lavoro.

Occuparsi del lavoro femminile diventa una necessità per il movimento operaio che a quel tempo comincia a organizzarsi.

Così, il congresso socialdemocratico tedesco, riunitosi a Gotha nel 1896 su proposta di Clara Zetkin adotta una risoluzione che accoglie le seguenti rivendicazioni:

­          Istituzione di ispettrici del lavoro

­          Diritto di essere elettrici ed eleggibili nei collegi dei probiviri

­          Parità di salario a parità di lavoro

­          Uguaglianza di diritti con gli uomini

­          In materia di diritto di riunione e di associazione

­          Pari opportunità professionali per i due sessi

­          Uguali diritti civili

Il quarto congresso della confédération generale du Travail, tenutosi nel 1908, si schiera contro il lavoro femminile, considerato un elemento che “svaluta il lavoro maschile e favorisce la disoccupazione”.

Dopo una serie di scontri, alla fine del primo decennio del XX secolo, il diritto delle donne al lavoro sembra ormai essere considerato come acquisito.

Stati Uniti: la Women’s Trade Union League (wtul) nasce nel 1911, con l’intento di difendere i diritti delle donne e raccoglie socialiste, anarchiche e molte donne emigrate da poco, nubili, che si sono formate politicamente in Europa.

In linea generale, i sindacati sono, ostili al femminismo, considerato un movimento borghese che rompe la solidarietà fra i lavoratori dei due sessi, per sostituirla con una solidarietà illusoria fondata sull’appartenenza allo stesso sesso.  

Fra le due guerre: la crescita del terziario

La prima guerra mondiale è stata un potente acceleratore dell’ingresso delle donne nel mondo del lavoro. Le donne sostituiscono per quattro anni gli uomini partiti per il fronte, in tutte le professioni, comprese quelle più faticose. In quest’epoca si produce un allargamento non solo dei campi di attività aperti alle donne, ma anche del settore sociale interessato, in quanto stavolta vengono coinvolte anche le donne sposate dei ceti medi.

L’Italia è rimasta a lungo un paese rurale, in cui predominavano il lavoro agricolo e il lavoro a domicilio.

Tuttavia, alla fine del secolo, si è sviluppata una tradizione di lotta, con scioperi e manifestazioni anche violente fra le operaie del settore tessile e del tabacco, per ottenere salari migliori.

A Milano, Anna Maria Mozzoni fonda la lega promotrice degli interessi femminili, per combattere le discriminazioni salariali.

Durante la guerra le donne entrano in gran numero nelle professioni maschili, essenzialmente nel terziario.

Ma l’accesso alle professioni liberali, tradizionalmente maschili, sarà molto più lento, a causa dell’ostilità delle istituzioni.

Dal 1876 le università sono state aperte alle donne, ma le prime studentesse che le frequentano sono spesso di origine straniera o ebrea, come Anna Kuliscioff o le due figlie di Baunin.

Sono soprattutto le Scuole normali per maestre a costituire la base per la promozione delle ragazze della piccola borghesia. L’insegnamento secondario resta invece inaccessibile fino al 1920, anno in cui le donne vengono ammesse ai concorsi per gli incarichi di professore nei licei.

La grande novità è lo sviluppo del settore terziario e la sua femminilizzazione.

Grazie alla macchina da scrivere ci sono molte cariche adatte alle donne come ad esempio impiegate d’ufficio.

Fra le due guerre, il rafforzamento del movimento femminista e l’esperienza compiuta dalle donne nel campo della produzione economica nel 1914/1918 intensificano le lotte per i diritti e la difesa delle lavoratrici.

La crisi del 1929 getterà sul lastrico migliaia di operaie e di impiegate e non bisogna dimenticare negli Stati Uniti le lavoratrici agricole cacciate dalle loro terre a causa della concentrazione della produzione nelle mani delle grande compagnie.

Eletto alla presidenza degli Usa nel 1932 Franklin D.Roosvelt lancia il programma noto col nome di New Deal per far fronte alla crisi e aiutare i disoccupati. Sua moglie Eleanor Roosvelt, convinta femminista, approfitta della sua posizione per contribuire al miglioramento della condizione delle donne.

In seguito alla crisi, aumentano le pressioni per rivendicare le donne nelle proprie case e liberare così posti di lavoro per gli uomini.

 

L’idea secondo al quale la disoccupazione diminuirebbe se le donne non lavorassero riemergerà regolarmente durante il XX secolo, in ogni periodo di recessione economica.

Unione sovietica il miraggio dell’uguaglianza  

Per gli ideologi marxisti della rivoluzione del 1917 la questione femminile faceva parte integrante della questione più generale della liberazione sociale di tutti i lavoratori.

Nel 1917 la situazione del paese era drammatica e la partecipazione delle donne era una necessità sia politica che economica. Una volta proclamata l’uguaglianza fra i sessi, non si poneva la questione di escludere le donne dai lavori più pesanti.

Viene incoraggiata la formazione professionale di operaie specializzate. Il cinema e la letteratura agiografi di questo periodo fanno a gara nel mostrare l’entusiasmo di queste donne, felici di mettersi al servizio della patria, mentre i loro salari sono inferiori di un terzo a quelli degli uomini.

Il boom del secondo dopoguerra  

La seconda guerra mondiale crea nuovi impieghi, e l’assenza degli uomini conferisce alle donne un ruolo fondamentale nel mercato del lavoro.

Negli Stati Uniti, l’esercito crea reparti speciali femminili nei diversi corpi di terra, di mare e di aria, ma al termine del conflitto si moltiplicano i tentativi per costringere le donne ad abbandonare il lavoro e far sì che esse restituissero il posto agli uomini tornati dal fronte.

Le donne delle classi popolari continuano a lavorare, quelle appartenenti alle classi medie, mantenute dal marito, si sentono colpevoli se lasciano le mura domestiche e i figli per la carriera.

Nel 1963 il presidente Kennedy crea una missione di studio sulla condizione della donna, presieduta da Eleanor Roosvelt, Esther Peterson e da rappresentanti dei diversi Stati dell’Unione per raccogliere prove sulla discriminazione di cui sono vittima le donne sul lavoro.

Anche in Gran Bretagna l’Equal Pay Act, varato nel 1970 vieta la discriminazione salariale fra uomini e  donne e viene rafforzato nel 1974 da una serie di leggi in particolare sul congedo di maternità.

In Italia, è il “miracolo” economico degli anni sessanta a favorire un massiccio ingresso delle donne nel mondo del lavoro e il loro esodo dalle campagne verso le città.

Aumentano le donne che compiono gli studi universitari e quelle che fanno carriera a tutti i liberali nel settore terziario.

Nel sud del paese la tradizione della disoccupazione continuano a ostacolare l’emancipazione femminile, nelle regioni industrializzate, invece l’evoluzione avviene rapidamente.

In Francia se dal 1962 la qualificazione degli operai ha fatto progressi, quella delle operaie è rimasta ferma, ed esse continuano ad essere confinate in lavori ripetitivi e parcellizzate.

Sono ancora rare le ragazze che frequentano gli studi tecnici.

A partire dal 1979 l'avanzata delle donne nei diversi settori professionali è decisamente netta.

Molto spesso, le donne occupano impieghi rifiutati dagli uomini poiché mal retribuiti e con scarse possibilità di carriera è il caso dell’insegnamento, una professione a forte componente femminile, il cui prestigio è notevolmente diminuito.

Gli anni 80 registrano anche un forte afflusso di donne nel mondo degli affari e delle professioni liberali.

Un nuovo modello la “superwoman” che rifiuta il matrimonio e i figli per consacrarsi alla carriera, lavora sodo, battendosi per scalare la gerarchia della responsabilità e si indurisce nell’implacabile battaglia della competizione professionale.

Le donne sovietiche, elemento trainante della produzione nazionale negli anni Trenta, hanno raggiunto un notevole livello di istruzione.

Le crisi degli anni Novanta  

La recessione economica che colpisce tutti i Paesi industrializzati alla fine del XX secolo sta toccando ancora una volta più donne degli uomini.

All’interno della comunità Europea il tasso medio di disoccupazione femminile è del 12% quello maschile e del 9%.

Nostalgia di un ritorno al modello dell’angelo del focolare.

La rapida evoluzione delle tecniche diminuisce la qualificazione delle donne che rimangono per qualche anno ai margini del mondo professionale.

Persiste un senso di colpa associato all’impossibilità delle donne di poter seguire in ogni momento la crescita dei figli, tanto più che le strutture sociali (asili nido, scuole materne ecc) sono ovunque insufficienti e le rette di iscrizione costringono le donne a spendervi gran parte del loro stipendi.

Un altro ostacolo è la concezione della divisione dei ruoli all’interno della famiglia. Per molto tempo si è ritenuto che solo la donna dovesse assumersi la responsabilità dei compiti domestici e dell’educazione dei figli, mentre il compito del marito era quello di lavorare e di portare a casa i soldi.

Negli anni settanta le donne lavoratrici hanno cominciato a mettere in discussione questa division3 dei compito.

Il timore di una “devirilizzazione” dell’uomo dedito alle faccende domestiche è sempre vivo, soprattutto nei paesi latini.

Un tentativo di bilancio  

Il secolo che si sta concludendo ha visto entrare le donne nel mondo del lavoro e ciò per ragioni economiche ma anche psicologiche. Uno dei fenomeni più significativi della storia del lavoro femminile nel XX secolo è la comparsa sul mercato del lavoro di donne sposate appartenenti alle classi medie.

Donne nubili negli impieghi di maestra, segretari, funzionaria o venditrice, le donne sposate restano in disparte fino a quando la guerra spinge per forza di cose, a entrare nella vita professionale.

L’aspra lotta che le sindacaliste hanno dovuto sostenere per far riconoscere la specificità del lavoro femminile in una cultura operaia che non concepiva differenze fra lavoratori e lavoratrici.

La parità del salario a parità di lavoro non è mai stata realizzata, se non nel settore pubblico. Sebbene la maggior parte dei paesi abbiano sottoscritto la dichiarazione dell’ONU del 1967 secondo la quale “ogni discriminazione sessuale a spese delle donne è incompatibile con la dignità umana”

 

Donne e politica  

L’uguaglianza politica venne conquistata a conclusione dell’eroica battaglia per il diritto di voto. Ancora oggi tuttavia le donne sono sottorappresentate e la carriera politica rimane per loro un percorso irto di ostacoli.

Nel corso della rivoluzione del 1789, le cosiddette “tricoteuses” assistono quotidianamente alle sedute dell’assemblea, intervenendo attivamente nei dibattiti: sono loro che andranno a cercare il re a Versailles per condurlo a Parino il 10 aprile 1792 mettendo così fine alla monarchia.

Durante la rivoluzione del 1848 il movimento femminista si risveglia, dando vita a vari giornali esempio: “La voce delle donne” diretto da Jeanne Derouin.

Esse diventano oggetto di ironia da parte di scrittori come Flaubert, che le mette alla berlina con cattiveria nel romanzo “l’educazione sentimentale”.

La Comune di Parigi del 1871, che vede una spettacolare partecipazione delle donne: esse attivano asili, mense organizzazioni di solidarietà, e inoltre partecipano alle lotte, finendo vittime della terribile repressione dell’esercito di Varsailles.

Nel XX secolo, le donne hanno continuato a impegnarsi in movimenti politici che si battevano per un radicale cambiamento della società: Clara Zetkin e Rosa Luxemburg in Germania, Aleksandra Kollontaj nella rivoluzione russa del 1917.

Esse lottano contro i dittatori e le tirannie.

La lotta più lunga e più spettacolare tra quelle ingaggiate dalle donne è stata quella per ottenere il diritto di voto.

La battaglia per il diritto di voto

Dopo la prima guerra mondiale la Germania e gli Stati Uniti hanno accordato il diritto di voto alle donne. Queste ultime, infatti, dopo essere entrate nel mercato del lavoro durante la guerra, non intendono più essere tenute ai margini delle decisioni politiche.

Nel 11 agosto 1919 le tedesche votano per la prima volta.

Negli Stati Uniti le donne hanno una lunga esperienza d’intervento nella vita pubblica, iniziata con la loro partecipazione attiva alle associazioni di lotta contro la schiavitù e per l’emancipazione dei neri.

Le donne sono sostenute dai club femminili. Nel 1890 creano la National American Woman Suffrage Association, partendo dal principio secondo cui le donne hanno le capacità necessarie per gestire i problemi sociali di cui lo stato si sta occupando sempre più.

Le femministe, classe media, istruite e benestanti mentre le donne nere non si riconoscono in questo movimento e creano proprie organizzazioni.

Vengono organizzate manifestazioni, talvolta anche violente. Si può comunque citare il caso di Wyoming, che nel 1869 primo al mondo, aveva accordato il diritto di voto alle donne. Durante la prima guerra mondiale, la questione del diritto di voto fa parte integrante del dibattito politico negli Stati Uniti. Le femministe assalgono i partiti repubblicano e democratico, manifestando in silenzio per sei mesi intorno la Casa Bianca, organizzano conferenze e riunioni, inondano i giornali con articoli, sensibilizzano l’opinione pubblica sulla questione.

Il diritto di voto venne accordato in alcuni stati dell’Ovest, mentre venne negato al Sud e negli stati della costa.

È soprattutto l’apporto delle donne alla produzione bellica che fa prendere il corso delle cose a loro favore: sostituendosi agli uomini impegnati nella guerra, le donne svolgono funzioni decisionali e di responsabilità in tutti i settori. Diventa così difficile negare a loro la capacità di avere voce in capitolo negli affari pubblici.

Nel 1918 la camera dei rappresentanti vota l’emendamento costituzionale con cui si concede alle donne il diritto di voto, che viene però bocciato dal senato. Finalmente il 26 agosto 1920, il XIX emendamento viene rettificato da trentasei Stati e diventa parte integrante della costituzione.

In Gran Bretagna

Le suffragette hanno a loro volta condotto una  lotta molto dura.

 

Episodio: il 14 giugno 1913 durante il Derby di Epson, Miss Davidson si getta davanti al cavallo che porta i colori reali: morirà in seguito alle ferite riportate. Il suo gesto destò una profonda impressione fra i contemporanei. Un gruppo di donne si incatena alle inferiate di Westminister, altre fanno scioperi della fame, infrangono vetrine, incendiano chiese.  

 

Le suffragette diventano vittime predilette dei caricaturisti.

Emmeline Pahkhurst da vita a efficaci organizzazioni come la National Union o la Woman’s Social and Political Union che non danno tregua agli uomini politici e promuovono numerose riunioni pubbliche con lo slogan “fatti, non parole”. Il diritto di voto alle donne con più di trenta anni è concesso il 6 febbraio 1918 poco prima che la guerra finisca.

 

In Francia

Nel 1906 si scatena una vera e propria mobilitazione in favore del suffragio femminile.

Madeleine Pelletier invade con altre femministe la camera dei deputati.

Con la guerra la questione passa in second’ordine. Nel 1916 Maurice Barrès propone il “suffragio dei morti”, cioè il diritto delle vedove di votare in luogo del marito morto in guerra. Nel 1919 la camera approva il diritto delle donne a votare ma il senato blocca la proposta.

Da quel momento il movimento subisce una battuta di arresto.

Solo dopo la guerra il 21 aprile 1944 il generale De Grulle firmerà ad Algeri il provvedimento che accorda il diritto di voto delle donne francesi.

Nel 1936 la vittoria del Fronte popolare consente per la prima volta l’ingresso delle donne nel governo, anche se non con  incarichi ministeriali.

 

Una minoranza di elette  

La battaglia per il diritto di voto fu la condizione necessaria per l’ingresso delle donne nell’area politica, ma ben presto ci si rese conto che questo non bastava.

Il fatto che le donne potessero votare non significava infatti che esse potessero partecipare attivamente alla vita politica del paese. Le donne sono sottorappresentate.

In Gran Bretagna, nel partito conservatore la prima donna ad essere eletta è Lady Astor nelle elezioni del 1919. Tuttavia fin dal 1928 possono votare le donne con più di vent’un anni e nel 1929 Margaret Bondfield viene nominata ministro del lavoro, dopo di lei altre donne diventano ministro: Ellen Wilkinson, ministro dell’istruzione nel 1945, Barbara Castle, ministro dello sviluppo e dei Trasporti e del lavoro, infine il 5 maggio 1979 è Margaret Thatcher ad assumere per la prima volta le funzioni di primo ministro.

Le inglesi sono sempre state presenti nella battaglia politica: si sono impegnate per la pace, contro il fascismo, in aiuto della Spagna in guerra e del Terzo mondo dopo la colonizzazione, si sono schierate a favore o contro l’adesione all’Europa.

Ufficialmente le femministe non sono legate a uno specifico partito politico, ma mostrano alcune affinità con il Partito laburista, che ha fatto adottare leggi in favore della pianificazione  familiare e dell’aborto.

Margaret Thatcher, per esempio, si è opposta nettamente alle femministe e si è sempre rifiutata di prendere in considerazione i problemi da esse sollevati.

 

Nella Germania Ovest il movimento femminista è molto attivo.

In Italia Tina Anselmi è stata la prima donna ad essere ministro (del lavoro).

Le donne ministre

Nessuna donna non ha mai occupato ministeri importanti, come la giustizia gli affari esteri, l’interno, la cultura.

Tenute a lungo confinate in incarichi a carattere sociale, alcune hanno tuttavia avuto accesso a ministeri tradizionalmente riservati agli uomini, come lo sport o l’agricoltura.

Nel 1974, per la prima volta, in Francia è stato creato un apposito dicastero della Condizione femminile, che è stata assegnata a Francoise Giroud, la quale ha proposto diverse misure in favore delle donne; il ministero è rimasto in vita sotto il giuda di Yvette Roudy, nel 1981 all’interno del governo socialista, ma con il passare degli anni si è progressivamente ridotto ad un sottosegretario, poi ad una delegazione, per essere infine assorbito da un altro ministero del 1995.

 

La questione della parità

In alcuni Paesi, come gli Stati Uniti e il Canada, le donne hanno conquistato un’eccezionale capacità di essere rappresentate facendo valere la clausola delle quote, vale a dire sostenendo il diritto delle minoranze ad essere presenti in tutte le istituzioni. Questo ha consentito un’importante evoluzione nei rapporti di forza esistenti fra l’elemento maschile e quello femminile.

Disporre della propria vita: questa è stata la posta in gioco delle lotte condotte, dagli anni sessanta, per l’uguaglianza civile, la libertà di abortire, la contracezione e il riconoscimento delle violenze subite dalle donne.

I cambiamenti più spettacolari nella condizione femminile sono avvenuti nel campo della vita privata e del costume. Sotto la spinta dei movimenti di contestazione degli anni settanta, della riflessione delle femministe americane, e dei nuovi mezzi di contraccezione le donne si avviano a mettere in discussione le tradizionali relazioni fra i sessi, i modelli inculcati dall’educazione, e rivendicando il diritto di disporre liberamente del proprio corpo e di scoprire nuovi modelli di vita, costretti a promulgare leggi che cambieranno regole che sembravano immutabili da secoli.

L’uomo veniva punito d’adulterio solo quando lo commetteva nel proprio domicilio questa legge sopravvisse fino al 1965.

In Gran Bretagna già dal 1870 e dal 1882, la donna gode della piena capacità giuridica in materia di contratti e di beni, grazie al Married Woman’s Property act.

In Francia bisognerà attendere il 1938 e poi il 1942 perché alle donne sposate sia concessa la piena capacità civile.

 

Dal matrimonio alla libera unione

Dopo la seconda guerra mondiale, il matrimonio ha subito profonde modificazioni sotto la spinta dell’evoluzione dei costumi, dei bisogni femminili e per l’impatto del lavoro delle donne sull’universo familiare.

Oggi è impossibile non tener conto dell’evoluzione psicologica delle coppie nelle quali la donna non è più soggetta ad una dipendenza economica totale rispetto al marito, perché concorre al sostentamento della famiglia riveste un ruolo di responsabilità nel campo professionale, organizza la vita del nucleo famigliare.

L’antici primato del marito nella conduzione degli affari della famiglia è scomparso o sta per essere annullato nella maggior parte dei paesi europei.

Il concetto di capofamiglia non esiste più.

Ciò che ha maggiormente trasformato l’immagine della società moderna è stato il riconoscimento della libera unione.

È accettata socialmente e giuridicamente e i figli naturali si vedono riconosciuti gli stessi diritti dei figli nati all’interno del matrimonio.

In Francia il divorzio fu introdotto dalla rivoluzione con la legge del 20 settembre 1972 che così recitava” la facoltà di divorziare scaturisce dalla libertà individuale, della quale un legame indissolubile causerebbe la perdita..”

Il divorzio venne soppresso dal governo della Restaurazione e infine reintrodotto nel corso della terza Repubblica che tuttavia non ammise il divorzio consensuale, istituito solo nel 1975.

Il divorzio venne poi introdotto dalla legge anche in Italia.

 

Italia: il referendum sul divorzio.  

Il divorzio è stato a lungo proibito.

La dissoluzione del vincolo matrimoniale poteva essere decretato solo dal tribunale eclesiastico della Sacre Rota in base a condizioni assai precise e limitate (matrimonio non consumato, ecc)

In un paese che ha conosciuto un intenso fenomeno d’emigrazione, le donne si ritrovano, soprattutto nelle regioni più povere, con un marito che lavorava lontano e ritornava in patria una volta l’anno.

La questione del divorzio è stata pota all’inizio degli anni settanta dai primi gruppi femministi, con tanta più forza in quanto nei Pesi vicini e in quelli scandinavi esso era stato introdotto da quasi un secolo. Le parlamentari si mobilitano per iscrivere la questione all’ordine del giorno della Camera dei deputati, e i partiti politici della sinistra, intuendo l’evoluzione delle elettrici, ne appoggiano la rivendicazione.

La chiesa agita la minaccia della dissoluzione della famiglia e della distruzione della società. Sulla scia di questo dibattito fanno la prima comparsa gli slogan in favore dell’aborto. La legge che istituisce il divorzio viene infine approvata in dicembre, e subito dopo contestata dai suoi detrattori, che riescono a far indire un referendum per abrogarla.

Nel frattempo le prime domande di divorzio spaventano l’elettorato tradizionale, influenzato dalla chiesa.

Organizzazioni femministe, associazioni o gruppi informali, conducono una campagna tra le donne, soprattutto nei confronti di quelle meno informate, che temono la scomunica o l’abbandono puro e semplice da parte del proprio coniuge, questi sforzi ottengono i loro frutti: il 12 maggio 1974 il popolo italiano, con il 56.26% dei voti, si pronuncia contro l’abrogazione della legge istituita del divorzio, ponendo così il Paese sullo stesso piano delle altre nazioni occidentali.

Le donne scelgono il libero arbitrio, in luogo di quella falsa sicurezza che troppo spesso ha significato un’intera vita di sacrifici e di frustrazioni.

 

Figli quando voglio, se lo voglio  

La vera rivoluzione di questo fine secolo è stata la conquista del diritto delle donne di disporre liberamente del proprio corpo, decidendo volontariamente se procreare o no, e in quale momento.

In questo senso, la grande battaglia per la contraccezione e l’aborto resta un punto di svolta fondamentale nella società occidentale.

Sia la religione cristiana che i pubblici poteri laici hanno per lungo tempo rifiutati di prendere in considerazione la sofferenza di queste donne. Al contrario, l’immagine della donna madre, eredita da religioni e tradizioni, gettava una luce sinistra su ogni donna che ostentava il proprio rifiuto di procreare, in quanto essa trasgrediva la legge naturale della continuazione della specie.

Nel 1920 viene votata in Francia una legge che proibisce ogni tipo di propaganda in favore della contraccezione e rende l’aborto un reato. Nel 1921 viene invece aperto a Londra il primo centro britannico per il controllo delle nascite.

Si dovranno attendere altri vent’anni prima della scoperta che rivoluzionerà la vita delle donne: la pillola anticoncezionale.

Nel 1967 l’aborto viene legalizzato in California, seguita nel 1970 dalla stato di New York.

Nel 1992 la Corte suprema afferma nuovamente il diritto all’aborto, riconoscendo tuttavia ai singoli stati facoltà di limitarlo.

 







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