La nostra lingua. L'unica a meritarsi le bestemmie tanto colorite partorite dalle genti che abitano la nostra terra.
Il dialetto romagnolo ha antiche origini neolatine; vi si rivelavano evidenti influenze della lingua celtica ed influssi delle parlate germaniche e dei Franchi. Friedrich Schurr, un linguista austriaco che a lungo ha studiato il nostro dialetto, afferma che il fatto storico che gli conferì i caratteri distintivi fu il lungo isolamento politico della Romagna, durante il periodo dell’Esarcato a Ravenna. Esso assunse così la sua specificità rispetto ai dialetti del resto della zona padana sotto il dominio longobardo.
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Friedrich Schurr, nel 1910, si servì di un capolavoro della letteratura dialettale, «PULON MATT», poemetto della fine del 1500 scritto nel dialetto di San Vittore di Cesena, per scoprire i mutamenti linguistici del dialetto romagnolo, confrontandolo con le parlate romagnole contemporanee. Anche grazie al ricchissimo folklore, il nostro dialetto si è tramandato oralmente di padre in figlio nella cultura contadina e in forma scritta grazie all’opera tenace di diversi studiosi. Basti, per tutti, ricordare il maestro ERCOLANI LIBERO di Bastia (RA), morto nel 1997, autore fra l’altro dell’usatissimo Vocabolario ROMAGNOLO-ITALIANO / ITALIANO-ROMAGNOLO- ED. Del Girasole, RA, 1971. Ultimamente un gruppo di persone, appassionate del nostro dialetto, ha dato vita ad una associazione Culturale denominata "ISTITUTO FRIEDRICH SCHÜRR", per la valorizzazione del patrimonio culturale romagnolo. |
"Non esiste un dialetto romagnolo - ebbe a dire Friedrich Schürr, famoso glottologo austriaco che del dialetto romagnolo si era occupato con passione - ma una infinità di parlate romagnole digradanti di luogo in luogo, quali continue variazioni su un fondo comune". Di fatto il romagnolo costituisce un patrimonio lessicale assai ampio, riconducibile a una area geografica che si è formata fra influenze varie, invasioni, contese e campanilismi esasperati. Tanto che il confronto può trasformarsi in un multiforme gioco del diverso su una radice comune.
Ed eccole alcune di queste variazioni. In gran parte dell'Appennino si usa burdèl per bambino, ragazzino; nel ravennate il termine diventa tabàc. Infine, chi non conosce il tipico amarcord (mi ricordo) felliniano, ebbene a Lugo si trova l'espressione am arcurd, molto simile al a m'arcurd della zona di Sarsina.
Ma due sono, fondamentalmente, le influenze che si possono leggere, pur nella difformità delle espressioni: quella toscana e quella gallica (il dialetto della pianura è abbastanza vicino ai suoni francesi). Parlata ricca di consonanti, dove le vocali a volte compaiono nel minimo indispensabile per rendere pronunciabili le parole (scièn per cristiano, sgnòr per signore), il romagnolo deve questa caratteristica alla colonizzazione gallica, che già dalla fine del V secolo a.C., contribuì a creare in Romagna una base linguistica sostanzialmente omogenea.
Un altro degli elementi di spicco del romagnolo, anche questo di chiara matrice gallica, è la forte accentuazione che tronca le vocali finali (parsòt per prosciutto, candlòt per candelotto, piat per piatto). Gallicismi sono anche certi suoni nasali come vén per vino, pèn per pane. Altrettanto riconoscibili sono gli apporti toscani tipici delle zone di confine: quattre (quattro) al posto del più tipico romagnolo quatar, ma anche ferme (fermo) al posto di ferum. O, ancora, l'espressione che tuttora si usa a S. Piero, somm al bòrg, la si ritrova nelle carte del Capitanato di Bagno in forma toscana sommo il borgo. Un altro esempio di forma dialettale toscaneggiante tipica della vallata del Savio fino al crinale appenninico è la u al posto del soggetto: u pienz, u andarà per piange e andrà.
A parte queste diversità, va sottolineato che il dialetto ha avuto forme espressive tipiche, quali le zirudeli, canzoni e filastrocche che hanno costituito un vero e proprio genere espressivo. Il vigore e la salacità di certi modi dire, a volte sin troppo schietti per un orecchio suscettibile, fanno comunque del dialetto una componente fondamentale di quel carattere gioviale e aperto che è la caratteristica riconosciuta della "romagnolità".
POESIE DIALETTALI
Non a caso la poesia dialettale rappresenta uno dei capitoli più apprezzati dai romagnoli stessi, considerando anche la presenza di personaggi particolarmente attenti e sensibili al legame con la loro lingua e con le migliori tradizioni romagnole. Le poesie della nostra zona prendono il nome di "ZIRUDELI" e il loro tema principale è strettamente legato alla Romagna, al suo territorio, alle sue tradizioni o alle curiosità che la caratterizzano.
Tra i principali autori che si sono dedicati alle "Zirudeli" troviamo nomi di poeti molto famosi tra cui:
Spallicci è ormai considerato il maggior poeta dialettale romagnolo. Lo ricordiamo in questa sede con una delle sue poesie più ironiche e divertenti dedicate proprio alla gente di Romagna.
E’ RUMAGNÔL
E Signor, fnì 'd fê e mond e va un pô in zir
E cun San Pir e passa dò parôl;
E intant ch'i è int una presa ui fa San Pir:
"la Rumâgna t'l'é fata, e e rumagnôl?"
Ui vô dla zenta sora a sti cantìr,
T'an vré za fê la mama senza e fiôl?"
"Me a te farò, mò l'à dal brot manìr,
Arcôrdat ch'at l'ò det, bêda sbrugnôl".
E dasènd d' chilz par tëra cun un pè
E fasè saltê fura senz'armor
E stamp de rumagnôl piantê pr'e drèt;
In mangh 'd camisa, un ciof coma un galèt,
Cun e su capalcin int al vintrè:
"A sò iquà me, ció, B de S.....!"
IL ROMAGNOLO - Il Signore, fatto il mondo, va un po' in giro / E scambia due parole con San Pietro;/ E mentre sono in una presa San Pietro gli fa: / "la Romagna l'hai fatta, ma il romagnolo?" / Ci vuole gente sopra questi campi,/ Non vorrai fare la mamma senza il figlio?" / "Io te lo farò, ma ha modi sgarbati, / Bada ragazzo, ricordati che te l'ho detto"/E dando un calcio per terra con un piede / Fece uscir fuori senza rumore / Il prototipo del romagnolo piantato per dritto; / In manica di camicia, un ciuffo da galletto,/ Col suo cappelluccio sulle ventitré:/ "Io sono qua, ció, b. del S.....!".
Anch'egli tra i poeti dialettali più amati della Romagna e proprio a questa regione sono dedicate le sue opere maggiori. Si legga ad esempio cosa scrive a proposito della "sua terra"
VIVAR CUN LA MI TËRA
Avreb stêr a maréna, int’na capâna,
pörta e finëstar averti sora e’ mêr,
e vivar da par me una vita sâna,
brusêm la pëla cun i sbrof de sêl.
Stê’ a là tra ‘l mòti, che e’ vent e’ spazza,
cùsom a e’ sol, ch’u n’ha incion cumpassiôn;
e, la nòta, ciapêtota la guazza
com al grassël e coma i cioff di spiôn.
Al’êiba! Oh e’ bël andê’ long a la riva!
Cuntê tot quant al vel ch’a’l va luntân,
aviêss cun lô in insogn, sminghend e’ dmân!
Còjar pavarazz, ruzzlêdi a la deriva,
fê’ còpia, par fis-cê, cun al do mân,
gude’ de mond, e rugê’ fört: eviva!
VIVERE CON LA MIA TERRA – Vorrei stare a marina, in una capanna,/ porta e finestre aperte sopra il mare, / e vivere da solo una vita sana, / bruciandomi la pelle con gli spruzzi del sale. / Stare fra le dune, che il vento spazza, /cuocermi al sole, che non ha nessuna compassione; / e, la notte, prendermi tutta la rugiada / come le grasselle (erba grassa) e come i ciuffi degli stoppini (cardi selvatici)/ All’alba! O che bell’andare lungo la riva! /contare tutte quante le vele che vanno lontano, /andarsene con loro in sogno, dimenticando il domani! / raccogliere poverazze, ruzzolate alla deriva, / fare incrocio, per fischiare, con le due mani, / godere del mondo, e urlare forte: evviva!
E’ il maggior poeta cervese con all’attivo la pubblicazione di diversi volumi. Tra le sue poesie ne abbiamo scelte due tratte dal libro "La Cämpana".
ANIVERSËRI
Int e’ cör al campäni
agli è sèmpar slighédi
mo al sona da mört.
E’ vòl dj usèl l’è férum
la farena nigra int la matra
e’ bé l’è dulzastar.
E’ dulòr ch’ut mörsa adôss
u n’è sa la rundinena
ch’la vòla sòra e’ fiun
mo ul sa quela
ch’la sangona frida int la porbia.
E j oc de’ temp ch’e’ ven.
ANNIVERSARIO – Nel cuore le campane/sono sempre slegate/ma suonano a morto./Il volo degli uccelli è fermo/la farina nera nella madia/il vino è dolciastro./Il dolore che ti morde addosso/non lo sa la rondine/che vola sopra il fiume/ma lo sa quella/che sanguina ferita nella polvere./E gli occhi del tempo passato/si mangiano gli occhi del tempo che viene.
SE T’VI
Se t’vi la lödla
t’si furtunë
cumè i babin ch’i zùga
e in sa quel ch’e’ ven dôp.
SE VEDI – Se vedi l’allodola/sei fortunato/come i bambini che giocano/e non sanno quel che viene dopo.
- BRUNO E OBERDAN GUIDAZZI -
Personaggi molto conosciuti all’interno della comunità cervese, hanno pubblicato un volume di liriche interamente dedicate alla Cervia dei loro ricordi d'infanzia.
AL FUGARÈNI
A sera l’è tot fug par la campagna,
u ‘s immomina al ca di cuntadén,
e’ rid i vecc, guardend alzès la fiama,
burdèl i zira in tond tnendas la mén.
J’è fug azis par tota la Rumagna,
ch’i vo fè lom Merz ch’l’è drì che e’ ven,
parchè nénc st’an l’arnassa la campagna,
perché l’arcolt nénc par st’an e’ venga ben.
Quest u ‘l faseva i nostar vecc e nô,
nénca se u n’ s’usa piò come una volta,
a cuntinuem sta vecia tradizion.
E adès, nénca se a sem personi seri,
par arturnè babì’ incora una volta,
a fasém la fugarèna a Ca dalj’Eri
LE FOCARINE: A sera è tutto un fuoco per la campagna,/ si illuminano le case dei contadini,/ ridono i vecchi, guardando alzarsi la fiamma,/ bambini girano intorno tenendosi la mano./ Sono fuochi accesi in tutta la Romagna,/ che vogliono far lume a Marzo che è prossimo a venire,/ perché anche quest’anno rinasca la campagna,/ perché il raccolto anche per quest’anno venga bene./ Questa lo facevano i nostri vecchi e si,/ anche se non si usa più come una volta,/ continuiamo questa vecchia tradizione./ E adesso, anche se siamo persone serie,/ per ritornare bambini ancora una volta,/ facciamo la focarina a Casa delle Aie.
DOP ALA PIUVA
‘Sta nota l’ha smes ‘d piov e stamatena
e’ sôl l’indora tota la culena.
E’ bos-c, ala custira, l’ha un culor
che un e’ putreb descrivar un pitor.
Al rundaneni in zil al va lunten;
int la macia u s’sent a stridar e’ fasen.
Al bdoli al suga a e’ vent la foja cèra;
la campagna la fiures, l’è premavera.
DOPO LA PIOGGIA – Questa notte ha smesso di piovere e stamattina/il sole indora tutta la collina./Il bosco, alla costiera, ha un colore/che non lo potrebbe descrivere un pittore./Le rondini in cielo vanno lontano;/nella macchia si sente stridere il fagiano./Le betulle asciugano al vento la foglia chiara;/la campagna fiorisce, è primavera.
Grande personaggio per la Romagna e per Cervia. Sua è l’ideazione della fontana "Il Tappeto Sospeso". Tra le sue numerose attività Tonino Guerra è un eccellente poeta; lo ricordiamo con uno stralcio della poesia in dialetto romagnolo "E CAVAL D’ULISSE" – IL CAVALLO DI ULISSE.
"…Tòira te ch’a tòir ènca mè sa dal còrdi
lònghi e di puntèl par smòv al ròdi d’lègn
ch’al s’afundèva tla sabia, l’animeli
l’è arivàt sòtta al mèuri
e al dòni al batèva al mèni e al fèva fèsta
par fèl entrè dròinta la zità.
I burdèl i curèva davènti e di dri
e i gèva fòrt: "mè a i ò tuchè la couda!"
"E mè la pènza"…"
"…Tira tu che tiro anch’io con delle corde/ lunghe e delle leve per smuovere le ruote di legno/ che affondavano nella sabbia, l’animale/ è arrivato sotto le mura/ e le donne battevano le mani e facevano festa/ per farlo entrare dentro la città./ I bambini correvano davanti e dietro/ e urlavano forte: "Io gli ho toccato la coda!"/ "E io la pancia"…"
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I maruchì
‘Na cadnaza d’or plachè intorn’e col,
cun un crest piò grend ed che quel cl’è mort…
c’la da stè teti, cu s’anega se chesca a mol,
e un stuzicadent che in boca e zira stort.
‘Na sciafa par ò ai su povar fiul
cun la su bela canutira d’lena ciossa
‘na gratadena ai marò e ona a e cul
chi vaga a lavurè o ui rop agli osa..
e pè cui voia i suld par magnè e bè
la muir l’è a let cl’aspeta un etar fiò
lò, pora bescia, l’è separ stè disocupè
se lavurè l’as po’ ciamè n’ocupaziò.
Elora e va int’la nebia so in rumagna
lasend zo la muir, e mer e sol
par fe rubè i su fiul l’è na cuccagna
caver e pè d’in boca ai rumagnol.
I fiol i cres e i va a stugiè a bulogna
Ch’in l’eva brisa zo l’universitè?
‘na masa d’avuchè ch’in s’vargogna
a trent’enn d’an savè incora l’italiè.
Ch’i vaga a lavurè int’la lo tera de caz
sta masa d’animel cios e ignurent,
ch’i spuda in doca i megna, broti faz!
I maruchì in i vo brisa la nostra zent!!
C. da M.
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